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Ventotene, il mare, le storie e la Storia

Isole Pontine, itinerario storico e archeologico a Villa Giulia, fra i resti romani

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Perché viaggiamo? Solo per fare un bagno in un bel mare? No, per praticare il duro mestiere del turista, servono anche altre motivazioni. Ci sono tanti posti belli al mondo, tanti paesaggi, tanta natura. Ma solo alcuni luoghi hanno un fascino particolare. Un fascino che deriva dalla storia, anzi, dalle storie che sono accadute, a cui i suddetti luoghi hanno regalato un contesto, una motivazione, uno scenario. E, a loro volta, le varie località hanno assorbito l’aura degli accadimenti, lo spirito delle persone. E non si tratta di generici accenni all’energia di un luogo (che comunque, per chi ci crede, esiste eccome). Il fatto è che la Storia lascia testimonianze, lascia oggetti, monumenti. E il viaggiatore-turista li rivive, li sente, e a quel punto un posto diventa unico.

Veduta di Porto Romano, Ventotene dal mare. Immagine di IslandVita (Wikimedia Commons)

Veduta di Porto Romano, Ventotene dal mare. Immagine di IslandVita (Wikimedia Commons)

Se c’è un contesto che è ricchissimo di tutto questo è Ventotene, l’Isoletta che fa parte delle Pontine, assieme a Ponza e Palmarola. Ne abbiamo accennato anche nel numero passato, parlando appunto della Pontinesia, secondo la definizione che ne ha dato Folco Quilici, che di bei posti se ne intendeva. Innanzitutto Ventotene è un’isola “meticcia”, da tutti i punti di vista: geograficamente fa parte appunto delle Pontine, che ora stanno in Lazio (ma che fino al fascismo era Campania), ma geologicamente fa parte delle Isole Flegree, e infatti anche i suoi abitanti sono e si considerano di origine campana, e parlano un dialetto quasi partenopeo. Ha una superficie di meno di due chilometri quadrati, ha meno di 800 abitanti (a parte le variazioni invernali-estive), non arriva a 140 metri di altitudine ma, nel corso della storia, è stata teatro di avvenimenti strordinari. Legati a personaggi particolari.

Giulia Maggiore

Giulia Maggiore è nata nell’ottobre 39 a.C. Ed è morta nel 14 d.C., era la figlia di Augusto, l’unica figlia naturale, e della sua seconda moglie Scribonia. Suo padre, che ai tempi era semplicemente Ottaviano, studiava da “Augusto”, non era ancora imperatore e voleva fare carriera. Il giorno della sua nascita ha divorziato dalla madre Scribonia per sposare Livia, che apparteneva ad una famiglia potente di senatori. A modo suo Ottaviano (che poi divenne appunto Augusto Imperatore) voleva bene a Giulia. Pare dicesse sempre che aveva due figlie dilette di cui occuparsi: la Repubblica e Giulia. Peccato che poi ha tradito tutte e due…

Ventotene, Immagine di  IslandVita (Wikimedia Commons)

Rovine di Villa Giulia, villa imperiale dell’Imperatore Augusto sull’isola di Ventotene, Italia. Ph: IslandVita on Wikimedia Commons

Comunque l’ha fatta educare da vera matrona romana e Giulia crebbe bella e intelligente. La matrigna Livia naturalmente – anticipando la favola di Biancaneve e Cenerentola –  la odiava, anche perchè voleva a tutti i costi che diventasse Imperatore suo figlio Tiberio, e non Giulia o un suo eventuale marito. Quindi provò sempre a far sposare Giulia e Tiberio, ma Augusto (che evidentemente non amava Tiberio) non ne voleva sapere. Quando aveva solo due anni la promise in sposa al figlio di Marcantonio, ma poi i due come si sa litigarono (vedi Antonio&Cleopatra e altre tragedie) e non se ne fece niente. Quando Giulia di anni ne aveva 10 la promise in sposa ad un Re dell’Oriente, per una alleanza che poi saltò e quindi niente. Finalmente – si fa per dire – quando Giulia aveva 14 anni, Ottaviano la fece sposare a Marcello, suo nipote per via che era figlio di sua sorella, che quindi sembrava destinato a diventare Imperatore. Fatto sta che Marcello muore subito dopo: strano, era giovane e sano. Allora Augusto impone alla figlia giovanissima un matrimonio col suo amico (e coetaneo) Agrippa. Dal quale ha 5 figli. Ma poi anche Agrippa muore, anche se non era poi così vecchio: aveva 52 anni. Finalmente Livia riesce a far sposare Tiberio e Giulia. Che Livia avesse avuto un ruolo nella morte dei mariti di Giulia la Storia non lo dice, ma lo sussurra… Così come si sussurra che Giulia avesse da sempre degli amanti (Quinzio Crispino, Appio Claudio, Sempronio Gracco e Publio Cornelio Scipione sono quelli citati dai pettegolezzi storici)  ma senza che questo provocasse nessuna reazione.

Però, quando l’amante  diventa Iullo Antonio, figlio di Marcantonio, allora non va più bene: Giulia viene accusata di comportamento scandaloso, di aver tramato contro l’Imperatore, insultata e arrestata. Rischia la pena di morte. Ma Augusto emana per lei una legge ad-personam  detta appunto Lex Julia, che commuta la pena capitale in esilio perpetuo e damnatio memoriae, come se Giulia non fosse mai nata. E la manda in esilio – appunto – a Ventotene. Ma dove? E qui sta il bello, qui – dopo questa digressione porno-storica – torniamo sull’isola.

La Villa Romana

Ottaviano Augusto, divino Imperatore ecc ecc, qualche anno prima di Cristo, decide di farsi una villa per il suo otium (che, appunto, per i Romani non era puro ozio ma villeggiatura, svago, benessere) sull’Isola di Ventotene, che allora si chiamava Pandataria. Scelta perché fino ad allora era praticamente selvaggia, piena di boschi, disabitata. E che venne completamente adattata alle esigenze di una comunità di schiavi, marinai, militari che avrebbero dovuto coltivare, proteggere e gestire la famosa villa. Che fosse disabitata era un pregio, per l’Imperatore, che non voleva coinquilini fastidiosi. Ma perché era disabitata? Perché era sì verde e boscosa, ma priva di sorgenti di acqua. Niente paura, i Romani erano pieni di risorse, in un certo senso più di oggi. E questo ve lo avevamo già raccontato.

Ma, parlando della Villa Romana di Ventotene, detta appunto Villa Giulia, non immaginatevi quindi i resti di una villa così come la intendiamo noi, cioè di una casa più o meno sfarzosa: la “villa” occupava in realtà l’intera isola di Ventotene, che fu modificata, adattata, trasformata all’uopo. Come prima cosa i Romani scavarono il famoso Porto, tutto nel tufo. Scavarono anche le peschiere, che dovevano servire per allevare e conservare il pesce. E soprattutto tutta una serie di cisterne per l’acqua, che potevano contenere fino a 1200 metri cubi di acqua, conservata potabile dai capitoni che la muovevano e che mangiavano i micro-organismi, come si fa ancora oggi per le cisterne alle Eolie.

Ventotene, Punta Eolo, Immagine di Sailko, Wikimedia Commons

Ventotene, Punta Eolo, Immagine di Sailko, Wikimedia Commons

E qui sta l’importanza della storia, e di questa storia in particolare: con una tecnologia assolutamente inferiore alla nostra, ma usando un criterio paradossalmente molto più lungimirante e avanzato del nostro, i Romani riuscirono a garantire all’isola una autosufficienza in pieno equilibrio con la natura. C’è ancora molto da imparare… Ma cosa è rimasto di Villa Giulia?

E la villa, oggi?

A questo punto siamo maturi per incamminarci, dal centro dell’abitato di Ventotene, verso la parte più alta dell’Isola. Un percorso, naturalmente, in salita. Ma molto agevole. Soprattutto allietato, durante le pause per prendere fiato, dalle spiegazioni delle guide, che qui sono davvero bravissime. Non solo preparatissime, ma anche in grado (sarà per l’origine napoletana) di drammatizzare un racconto affascinante e divertente, e nel contempo molto esaustivo. Lungo la salita comunque si “ripassa” il lato sud dell’Isola, con gli approdi che usavano i Romani per scaricare le merci e riparare le navi, oltre al suddetto porto vero e proprio. E si arriva finalmente a Punta Eolo. Se ricordate che Eolo era il Dio del vento, capirete che la Punta è esposta al vento, in particolare  a quello prevalente che, in tutto il Tirreno, è il nord-ovest. Ma la vista è strepitosa. Essendo la parte alta dell’isola, era anche la più sicura. Di qui si potevano avvistare facilmente eventuali visitatori non desiderati.

E la villa? Della villa adesso si possono vedere le fondamenta degli edifici una volta destinati ai servizi, e soprattutto quel che resta delle terme, col calidarium, il tepidarium e il frigidarium. La guida vi spiega il funzionamento razionale e geniale delle condotte idriche, dei sistemi per scaldare l’acqua e gli ambienti. E si capiscono tante altre cose. Innanzitutto le fasi di splendore, decadenza e soprattutto depredazione della villa.

Syusy Blady davanti alle rovine, Ventotene, Villa Giulia

Syusy Blady davanti alle rovine, Ventotene, Villa Giulia

Nel farvi vedere quel che resta delle volte dell’immenso calidarium delle terme, la guida ci racconta che in realtà non è mai entrato davvero in funzione. Augusto si è fatto cotanta villa, ma – ironia dell sorte – non se l’è mai goduta. Infatti, dopo che fu costruita, nel 2 a.C, la Villa iniziò la sua carriera di luogo di esilio e detenzione di donne. E il grande calidarium, destinato ad accogliere decine di persone della corte dell’Imperatore, non fu mai messo in funzione, perché alla povera Giulia e al suo esiguo seguito era proibito godere, poteva al massimo concedersi delle piccole terme ad uso esclusivamente fisiologico. Giulia poi fu portata altrove, morì disperata in esilio a Reggio Calabria, dopo aver appreso che erano morti anche tutti i suoi figli maschi, evidentemente massacrati da Livia e Tiberio, la matrigna cattiva e il Principe usurpatore. Il suo ultimogenito, Agrippa Postumo (figlio appunto postumo di Agrippa, il suo secondo marito), fu ucciso a Pianosa, dove era a sua volta in esilio. E non basta, ormai la corte imperiale aveva preso il vizio: a Villa Giulia a Ventotene finirono altre donne, in esilio, soffrendo dei destini crudelissimi: Agrippina Maggiore (figlia di Giulia e moglie di Tiberio, nel 29 d.C.), Livilla, Ottavia (moglie di Nerone), Flavia Domitilla. Un vero peccato: un luogo meraviglioso, che divenne un inferno. Ma chi se l’è goduta la Ventotene di allora? Guardando quel che resta dei muri della villa, si raccolgono preziosi indizi.

Barbari, Barboni e Borboni

Accanto e sopra ai muri preziosi, edificati dagli architetti romani in opera reticolata e coccio pesto, si vedono muri tirati su alla bellemeglio, con sassi e detriti. Una vera serie di abusi edilizi che creavano camere e corridoi in quelli che furono gli ambienti sfarzosi della villa originale. Successe che verso il 200 d.C., all’inizio della decandenza dell’Impero (che sarebbe comunque durato altri 200 anni) la villa fu abbandonata dall’aristocrazia, che probabilmente ormai pensava che portasse male. E l’Isola fu abitata, per altri 200 anni, dagli schiavi che qui vi furono lasciati. Tutto andò abbastanza in rovina, ma di fatto gli schiavi si autogestirono la situazione, utilizzando gli sfarzi della villa per farsi le loro case e casette.

Poi l’isola, all’inizio del Medioevo, fu davvero abbandonata a se stessa, in balia dei pirati di passaggio. Ma i resti della villa stavano là, ancora con le loro statue, i resti delle fontane, le colonne. Finchè un Borbone non decise di allearsi con gli Inglesi contro il Francesi e, per ingraziarseli, gli regalò la possibilità di depredare Ventotene del suo prezioso bagaglio storico e monumentale e tutto quel che restava di bello e di archeologico fu rubato e portato a Londra. Una vicenda tristissima. Per cui, onestamente, di concreto a Ventotene della Villa Giulia resta poco. Ma vi pare poco tutta questa storia, desunta e narrata analizzando quel poco&tanto che resta? Per questo ve l’abbiamo raccontata! E poi c’è una cosa che i vari Barbari/Barboni/Borboni e Anglosassòni non hanno potuto portare via o rovinare, ed è Ventotene stessa, il suo mare, il suo paesaggio, la sua natura. Quella resta a noi, e ce la teniamo stretta!

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