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Sardegna: Stintino e l’Isola dell’Asinara

Natura rigogliosa, fauna selvatica, storia antica e splendidi paesaggi

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Stintino ha 130 anni. Come si fa a dirlo con precisione? Per scoprire la storia di Stintino bisogna andare all’Asinara, l’isola che sta di fronte, a pochi minuti di barca. L’Asinara è da sempre stata popolata da pastori sardi. I pescatori liguri si spingevano fin qui a fare le loro battute di pesca, poi hanno deciso di stabilirvisi. Ma poi sono arrivati contrabbandieri, persino qualche pirata. Nell’ottocento l’Asinara era una sorta di zona franca, abitata da gente insofferente a qualunque autorità, una repubblica anarcoide che era una spina nel fianco per i Savoia. Che ad un certo punto decidono di farci prima un lazzaretto, un luogo di quarantena. E poi un carcere. E gli abitanti vengono tutti mandati via e fondano appunto Stintino. Le carceri sull’isola man mano diventano addirittura dieci, fino al 1985 con l’istituzione del Supercarcere di Fornelli. Gli abitanti di Stintino non possono più metterci piede, la vedono da lontano. Pierpaolo Congiatu ci mette piede soltanto nel 1997, in qualità di direttore del Parco nazionale dell’Asinara, dopo la chiusura delle carceri. Da una parte l’isola è un paradiso naturale, perché non c’è stato sviluppo. Dall’altra è una sorta di discarica, ingombra d’ogni rottame, perché durante i cento e più anni in cui è stata lazzaretto e carcere, tutto quello che è stato portato sull’isola è ancora lì: carcasse di automobili, elettrodomestici, spazzature ecc. Il primo lavoro da fare è la bonifica, per renderla quello che è oggi, un pezzo di Paradiso, soprattutto in questa stagione.

Stintino, Sardegna. Immagine di Flickr User Tommie Hansen

Stintino, Sardegna. Immagine di Flickr User Tommie Hansen

Arrivando sull’Asinara sembra di essere arrivati in una sorta di rappresentazione perfetta del Parco-Naturale-Avventuroso: c’è il chiosco che vende, oltre al cappuccino, anche la mappa e magari la bustina in cui i fumatori devono mettere le loro orribili cicche per non lasciare tracce. Poi c’è un parcheggio pieno di fuoristrada, tipo Yellowstone. Ma, naturalmente, non c’è l’Orso Yoghi con Bubu: ci sono decine di cavalli selvaggi che pascolano liberi sui prati, tra la macchia mediterranea, divisi per gruppi e piccoli branchi. E’ una visione bellissima. Ti trasmette l’idea di una natura vergine eppure “civile”, ma non per questo addomesticata, ma solo protetta, dall’uomo. I cavalli sono i discendenti degli equini da lavoro che servivano alle carceri, quindi sono i veri padroni dell’isola.  E non ci sono solo i cavalli, ma anche e soprattutto gli asini. Sono piccoli, alti al garrese massimo un metro e sono completamente bianchi, albini. Io pensavo che avessero dato loro il nome all’isola, invece scopro che Asinara deriva dal latino Sinuaria, per la sua forma sinuosa. Ma da dove vengono questi asinelli bianchi? Ci sono varie ipotesi: la più accreditata è che si tratti di una variazione genetica di un asino autoctono, ma ci sono leggende che raccontano che il Marchese di Mores, Duca dell’Asinara, nell’ottocento li abbia importati dall’Egitto, dove in effetti vive una colonia di asini simili (ma non uguali). I cavalli li trovi nelle zone pianeggianti e aperte, dove c’è pascolo. In questa stagione i maschi combattono, per contendersi le femmine (ne ho visti diversi affrontarsi, scalcarsi e mordersi). Gli asinelli invece te li trovi davanti in mezzo alla macchia, a gruppetti piccoli, quando meno te l’aspetti.

Cavalli selvaggi in Sardegna, Immagine di Flickr User Roberto Cossu (asibiri)

Cavalli selvaggi in Sardegna, Immagine di Flickr User Roberto Cossu (asibiri)

L’isola non è piccola (sono più di 5.000 ettari) ed è Giuliana, che fa la biologa e la guida, a portarmi in giro sulla sua Land Rover. Mi porta a conoscere Valentina e Cristina, che organizzano gite a cavallo con alcuni esemplari che hanno domato, e anche Pilo il veterinario, che hanno come base un vecchio edificio adattato.
Ma non ci sono solo equini: Laura e Ilaria stanno alimentando con una sonda una tartaruga Caretta-Caretta, colpita da un’elica, con una pappetta frullata di omogeneizzato di pesce. Sull’isola c’è un centro di recupero, così come ne ho visti in Turchia, in Polinesia o a Cuba: le tartarughe sono componenti essenziali per il mantenimento dell’ecosistema, e per fortuna esiste un progetto europeo che, assieme al Parco, ne promuove la protezione.
Proseguiamo il viaggio lungo l’unica strada dell’isola e Giuliana mi mostra diversi aironi e soprattutto la vegetazione: in primavera è tutto verde, i fiori sono un caleidoscopio di colori, l’euforbia spande il suo profumo.
E arriviamo nel laboratorio botanico, dove degli esperti stanno studiando le erbe officinali locali (lavanda, elicriso, mirto, rosmarino). Il progetto è quello di ricavarne saponi e cosmetici, da vendere per sostenere il Parco.

Asinara, Sardegna. Immagine di Flickr user Stefano Bussolon (sweetdreamer_it)

Asinara, Sardegna. Immagine di Flickr user Stefano Bussolon (sweetdreamer_it)

Danilo invece è ornitologo, e sta liberando un piccolo rapace dopo averlo inanellato. Anche questo è un progetto scientifico, e tende a monitorare gli uccelli migratori: sta dando un sacco di risultati interessanti sul clima.
Salutando Pierpaolo gli chiedo che senso ha tutto questo: il parco, i progetti scientifici e il resto.
Mi spiega che si tratta di studiare, proteggere, valorizzare il patrimonio naturale genetico locale. E il nesso con l’agricoltura è chiaro: valorizzare il territorio, salvaguardare la tipicità significa creare il contesto per una produzione agricola specifica, di qualità, strettamente legata al territorio. L’unica strada per creare reddito, ricchezza e lavoro nell’ambito di uno sviluppo ecosostenibile. Altro che ciminiere degli anni ’60 del petrolchimico. Senza contare la risorsa principale: il turismo.
Insomma, l’Italia sta andando un po’ a rotoli ma realtà come queste – persone come queste – ti ridanno fiducia e prospettive. E paesaggi come questi della Nurra ti riempiono di bellezza, che non fa mai male.

Patrizio Roversi

Immagine di Flickr User Nature And

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