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Alpago: Patrizio Roversi nel Bosco del Cansiglio

Un trekking naturalistico (e gastronomico!) in Alpago

Benvenuti nell’area dell’Alpago, uno dei tanti distretti culturali, climatici e storici d’Italia che comprende i piccoli comuni di Tambre, Puos, Chies, i Monti Dolada e Cavallo e il Bosco del Cansiglio. Questi luoghi poco conosciuti sono sempre stati eclissati dalla fama di Cortina, dalla grande storia di Vittorio Veneto, anche dal Prosecco di Conegliano e di Valdobbiadene. Che sorpresa è stata per me! Ci sono molte cose da fare: meravigliose passeggiate a Tambre, sia d’estate che d’inverno, esplorare il Bosco del Cansiglio sulle tracce dei Cimbri, fare scialpinismo per raggiungere il Monte Cavallo…

Giardino botanico alpino

Il Giardino Botanico Alpino è un museo naturale a cielo aperto che raccoglie e mostra tutta la biodiversità del territorio: fiori, piante e contesti bio-naturali. La visita al Giardino è straordinariamente interessante, per chi fosse anche minimamente interessato alla variabilità vegetale. E poi è un’ottima introduzione al Bosco, uno dei più vasti, antichi e belli d’Europa!

I Veneziani della Serenissima se lo tenevano ben stretto: avevano dettato regole severissime per la conservazione del Bosco di Cansiglio. Era proibito abbattere alberi, era proibito vivere nel bosco e c’era addirittura una fascia di rispetto, larga un miglio attorno alla macchia, in cui era proibito costruire case o ripari. A ben guardare ancora oggi si vedono i cippi della Repubblica, con accanto i massi sui quali i vari ispettori scolpivano il proprio nome e la data, a segnare i controlli che facevano regolarmente per verificare lo stato del legname. Per Venezia il Bosco del Consiglio era la Foresta dei Remi, era la riserva di legname per fare navi, per procurare legna da ardere, per fare il carbone. In pratica era la fondamentale riserva di energia, una bio-massa ante litteram. La foresta ha avuto storicamente vari padroni e varie vicissitudini, ma in ogni modo è rimasta integra. Oggi passeggiare tra i faggi altissimi e dritti, misti ad abeti rossi e bianchi, è una sensazione magnifica.

Camminando nel Bosco del Cansiglio

Camminando nel Bosco del Cansiglio

Ci sono due aree del Bosco: una è intatta e intoccabile, e tenuta in uno stato del tutto naturale. Ma il grosso della foresta viceversa è curata dall’uomo, che abbatte gli alberi minori per dare spazio e sviluppo ai migliori. La cosa bella è che una foresta ha i suoi tempi: il ciclo di un albero dura 130 e anche 180 anni, per cui finalmente l’uomo è costretto a “guardare al futuro” e a programmarsi tenendo conto di un tempo assai lungo

Le famose pecore dell’Alpago

Alessandro ha studiato agraria a Bologna, poi è tornato qui, a casa sua. E’ un intellettuale prestato alla pastorizia, braccia restituite all’agricoltura. Quindi vede le cose dall’alto, dall’alto della sua montagna e dall’alto della sua lucida visione d’insieme. Ha un gregge di circa 200 pecore. Rigorosamente Alpagotte. L’alpagotta è una pecora eclettica, come lo erano gli alchimisti: produce abbastanza carne, abbastanza latte e abbastanza lana. Il latte non viene più sfruttato: troppo caro mungere. La lana si sta cercando di metterla a reddito di nuovo: c’è una “linea” di moda alpagotta, a base di tabarri, maglioni, pantofole fatte dagli allevatori che sta avendo molto successo, e le famose bambole alpagotte ne sono il simbolo.

Pecora dell'Alpago (Immagine di Flickr iv78x)

Pecora dell’Alpago ( Immagine di Flickr User iv78x)

L’agnello d’Alpago è un presidio slow food per la sua carne delicata e priva di ogni sapore troppo marcatamente ovino. Io, per esempio, sono allergico alla carne di pecora e di capra, che non sopporto, ma la carne d’alpagotta l’ho mangiata tranquillamente. Queste pecore si sono adattate qui nei secoli (le prime documentate sono in zona da più di mille anni) e quindi ben sopportano il clima molto umido e con grande escursione termica stagionale. La loro importanza non è legata soltanto alla carne: meritano i contributi che tengono in vita le greggi perché prima di tutto fanno manutenzione al territorio, cioè tengono pulite le terre scoscese dove non si arriva col trattore, evitano frane, tagliano la macchia e i rovi, “riparano” coi loro zoccoletti le perdite dei bacini d’acqua e col loro peso ridotto non rovinano il tessuto erboso.

Qui in zona l’agnello d’Alpago è diventato il cavallo di battaglia di molti ristoranti, e attira un sacco di patiti dei prodotti tipici. Ed ecco allora che la visione d’insieme di Alessandro, pastore non per caso ma per vocazione, si completa: gregge-territorio-paesaggio-gastronomia-turismo. Un’unica catena, che sostiene lo sviluppo dell’intera zona. Norina e Gabriella, alla Locanda San Martino, mi mostrano come si cucina l’agnello, di cui non si butta via niente, come del maiale: anche il fegato, fatto alla veneta con le cipolle, è buonissimo. E mi fanno assaggiare anche un sacco di verdure “selvatiche”, raccolte in montagna, rare e squisite. Mi ha colpito soprattutto il fungo-patata… Poi c’è il Pastin: a volte ci mettono anche un po’ di carne d’agnello assieme al maiale. Il Pastin è uno dei piatti tipici dell’Alpago. E’ una polpetta schiacciata (si potrebbe dire anche una hamburger tritato fine molto largo) fatta di carne di maiale e manzo. E’ la specialità dei macellai di Tambre e dintorni.  E si mangia con una polenta che non ho mai trovato altrove: buonissima, soffice, quasi “montata”. Merito della farina, o magari dell’acqua

Patrizio Roversi

Immagine di Flickr User Umberto Nicoletti

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