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Italia Slow Tour

Web Serie: Slow Tour in Alto Lazio


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I video:

  1. Gigetto
  2. Barbarano Romano
  3. L’Università agraria di Tarquinia
  4. Le Tombe etrusche di Tarquinia
  5. Cuocere la carne, cuocere l’acqua

Lo Slow Tour in Alto Lazio di Syusy Blady e Patrizio Roversi, per esplorare le Necropoli etrusche di Tarquinia e Cerveteri e la campagna di Tarquinia.

“Recentemente siamo stati in una zona facilmente raggiungibile, da Roma e non solo: la Maremma Laziale, e la zona archeologica tra Cerveteri e Tarquinia.

L’approccio al paesaggio l’abbiamo avuto affacciandoci dal Belvedere della Forra di Barbarano Romano, una visione emozionante, un profondo taglio nella roccia tufacea che è anche uno spaccato storico della zona. Il CAI (Club Alpino Italiano) offre al turista che abbia la voglia e l’energia di percorrere il Sentiero 103 (un percorso che si dipana in 7 possibili tappe) la possibilità di godersi il paesaggio e le sue preziose sorprese archeologiche, in modo “slow”. In zona c’è la Tomba della Regina, la Necropoli di San Giovenale ma soprattutto c’è il mistero delle “Vie cave”: percorsi scavati nel tufo. A cosa servivano? Forse avevano una motivazione sacrale, forse erano itinerari di devozione alla Terra, e ancora gli esperti ne discutono.

Ma è nella vicina Tarquinia che si squarcia il velo sulla filosofia di vita degli Etruschi, che paradossalmente emerge dai luoghi della morte, le tombe. Che sono piene di decorazioni che raccontano appunto scene di vita: danzatrici, feste e banchetti. La Tomba delle Leonesse, ad esempio, è immaginata come se fosse una tenda, un padiglione pieno di gente gaudente.

Se a Tarquinia le Tombe sono sotterranee, a Cerveteri ci sono decine di Tombe fuori-terra, sollevate, costruite nel tufo, con un diametro che arriva anche a 50 metri. La Banditaccia rappresenta appunto una zona di 20 ettari ricchissimi di tombe, a testimoniare che Cerveteri fu una città molto importante, che al tempo è arrivata ad avere 20.000 abitanti. Anche qui emerge lo spirito degli Etruschi. Tutto è cominciato a metà ‘800 quando il Marchese Campana scopre la Tomba dei Rilievi, piena appunto di bassorilievi con oggetti d’uso comune: portacoltelli e figure familiari, persino il cane del proprietario. La zona è stata davvero trasformata in un vero “Parco”, in cui le meraviglie archeologiche si possono fruire assieme a quelle paesaggistiche.

Ma potevano i discendenti degli Etruschi tradire la filosofia dei loro antenati? Cosa è rimasto dello spirito etrusco? Con qualche forzatura potremmo dire che è rimasta una concretezza e una grande capacità di valorizzare le potenzialità del territorio. La storia recente offre molti spunti: prima di tutto la cultura e le tradizioni della Maremma, in questo caso la Maremma Laziale.

Per noi Maremma significa romanticamente un territorio ancora semi-selvaggio, la terra dei Butteri che cavalcano cavalli indomiti, il territorio delle grandi vacche Maremmane, in pratica il nostro Far-West. Ed effettivamente è stata una terra difficile e tormentata, Dante ai suoi tempi la descrive con l’Inferno, ma poi le Bonifiche e la cura dell’uomo l’hanno trasformata in un Paradiso: una zona fertile, biodiversa, baciata dall’influsso benefico del mare.

Una tappa imperdibile è la grande Azienda Agricola (e agrituristica) della Roccaccia. Sede dell’Università Agraria, una università senza aule scolastiche. La storia è affascinante: siamo attorno al 1400 e la Corporazione degli Ortolani e quella dei Coltivatori del frumento si alleano e in pratica decidono che la proprietà delle terre doveva essere gestita dall’intera collettività.

Una legge tuttora valida: la Roccaccia gestisce circa 300 ettari di bosco, pascoli e terreni agricoli, all’interno zona di 6.600 ettari di “proprietà collettiva indivisa e inalienabile” dell’Università, laddove il termine deriva da “universalità”, da quando nel 1894 si aggiungono i terreni dell’ex Stato Pontificio. I dirigenti dell’Università Agraria di Tarquinia vengono regolarmente eletti dai residenti, che possono prendere in affitto terreni a prezzi calmierati e godere del legnatico del bosco. In questo modo l’Università diventa motore di sviluppo ma soprattutto c’è un assoluto rispetto dell’ambiente e una zona che sarebbe stata facile preda di speculazioni, appare intatta.

Alla Roccaccia abbiamo conosciuto Domenico il buttero e soprattutto “Giggetto”, un imponente toro maremmano con una storia incredibile: rifiutato dalla madre è stato allevato e allattato dai butteri e adesso è (quasi) docile come un cagnolino, sia pure di svariati quintali. Le vacche maremmane sono state sfruttate sia per lavorare la terra, sia per la carne. Una carne particolare, molto saporita e poco “marezzata”, cioè magra, che rappresenta uno dei piatti tipici del luogo. Assieme alla Acquacotta, una ricetta tradizionale, un piatto poverissimo, di cui non esiste un’unica ricetta: ognuno lo faceva con quel che c’era a disposizione, pane, molte verdure, un uovo, magari un pezzo di salsiccia di cinghiale. Noi abbiamo gustato la versione della signora Vilma, che ci mette anche un po’ di peperoncino e… tanta pazienza.

Nell’Acquacotta c’è il sale della storia, una storia fatta di grande povertà, ma adesso il territorio si è molto sviluppato, e qui agricoltura vuol dire anche preziose tipicità: per esempio l’olio extravergine d’oliva che qui ha due DOP, Tuscia e Canino. Senza contare lo sviluppo del settore vitivinicolo, che approfittando del clima e della composizione ricchissima dei terreni ci regala altre due DOP, che guarda caso si chiamano Cerveteri e Tarquinia.

E tutto questo – la storia, il paesaggio, le tradizioni, la cucina – adesso è patrimonio collettivo anche di… noi turisti. Che possiamo goderne con gran soddisfazione.”

#Patrizio Roversi

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