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Imparare a spogliarsi
di Edoardo Cappelletto
Ricordo ancora bene quel messaggio: “Confermi di venire?”
Non era un bel periodo per me. Un’aria malinconica avvolgeva le mie giornate. Una mia lontana amica, vecchia compagna delle elementari, stava rischiando la vita. La polmonite di Benedetta mi ricordò, proprio nel momento più spensierato della mia ultima adolescenza, che siamo solo di passaggio. Arriviamo e ce ne andiamo. Alcuni durano ottant’anni, altri solo venti. Non dipende da nulla. La nostra natura ci costringe a questo: morire.
E io me ne ero completamente scordato. Sia di morire, sia di quel viaggio ad Assisi. Il primo poteva aspettare, al secondo dovevo rispondere.
Nel 2025 facevo il catechista ai ragazzi di seconda media. Si preparavano alla cresima. Nella classe c’era anche Angela, la sorella di Benedetta. Conoscevo bene quei ragazzi grazie ai campi estivi e sentivo il bisogno di cambiare aria. Troppo smog nella pianura padana. Cercavo un’Italia più lenta, nascosta nella pietra e nel silenzio.

Assisi non era una meta casuale. Avevo visto spesso racconti di viaggi e cammini interiori su Per Caso TV e nel TG del Turismo, e avevo il desiderio di vivere anch’io un’esperienza autentica. Quello che avrei trovato, però, andava oltre qualsiasi immagine televisiva.
Partimmo la mattina di sabato tre marzo e arrivammo poco prima di pranzo. Il viaggio fu semplice e accessibile: autobus e ostello, grazie a uno sconto parrocchiale, per un totale di circa 70 euro a persona, tutto compreso. Un viaggio lento, condiviso, alla portata di tutti. Anche del nostro budget parrocchiale.
La classe era entusiasta. Anch’io ero felice, anch’io saltavo un giorno di scuola. Con noi c’era il prete, qualche altro accompagnatore e Francesca, la catechista, un’amica premurosa. Durante il viaggio mi raccontò che fece voto a San Francesco per la nascita del primo figlio. Anche lei era emozionata.
Appena scesi dal pullman l’aria era già diversa. Assisi è una città da camminare. Prima Santa Chiara poi Santa Maria Maggiore, dove Francesco si spogliò davanti a tutti. Lì capii che quel gesto non era solo storia. Per iniziare un percorso bisogna togliersi qualcosa: l’arroganza, le difese, la presunzione. Mostrare le proprie fragilità serve a crescere.
Nello stesso luogo, la storia di Carlo Acutis, morto a quindici anni. Leucemia. Aveva visto poco del mondo, ma abbastanza per affrontare la fine con coraggio. Pensai che anche morire richiede forza. Tanta.
Passammo per la Piazza del Comune. Assisi ci mostrò quel suo ritmo più lento. La gente parlava piano, gli uccelli cantavano liberi. Sembrava che il mondo respirasse meglio di me.
Poi andammo dritti dritti. Nel mentre camminavamo, un francescano scalzo ci spiegava bene la storia della vita del santo:
“Un giovane, nobile, ricco, vuole partire per la guerra. Si prepara e parte, ma prima di prendere la nave, si accorge che qualcosa non va. “Chi può darti di più? Il servo (gloria terrena) o il padrone (la fede)?” Lui capisce, torna. Il padre non è tanto felice. Il giovane fa un altro sogno. “Francesco, va’ e ripara la mia casa, che come vedi è tutta in rovina.” Francesco non capisce. Prima ricostruisce una chiesa, poi capisce la metafora. Forse a Dio piaceva essere simpatico. Ma al padre non piacciono questi scherzi tra Dio e il figlio. Lo porta dal vescovo e il ragazzo si spoglia. Distacco completo dai beni materiali. Vive con la natura, tra i poveri e gli ultimi.”
Arrivammo e la storia si fermò.
Basilica Papale e Sacro Convento di San Francesco d’Assisi. Rimasi in silenzio. Prima ancora degli affreschi, mi colpì una statua: Francesco a cavallo, lo sguardo chino, ancora ignaro della santità. Come a dire che prima di diventare qualcosa bisogna accettare di perdersi.

Giotto e Cimabue hanno lasciato uno spirito dentro quei colori. Visitammo la Basilica, poi il convento per fare una messa. Dentro quella roccia nuda e semplice io pensavo a Benedetta.
Uscimmo e scoprì un’emozione nuova. Quando arrivammo in strada, dall’altezza della collina, si poté scorgere tutto l’orizzonte dorato del tramonto. Si vedeva il limite del mondo. No. Il mondo mi mostrava il limite dell’occhio umano. Più lontano non potevo vedere, ma comunque il mondo c’era.
Poi la corriera ci portò in ostello. Quella notte io non riuscii a dormire. Benedetta rischiava di lasciarci veramente. Pregai per calmarmi.
All’alba mi svegliò il canto degli uccelli. Seguii il prete alla messa del mattino. Poi andammo a Santa Maria degli Angeli in autobus. L’atmosfera era sospesa.
All’interno una chiesa esile, quella dove san Francesco fraintese il messaggio divino, la Porziuncola. Questa piccola si trovava in quella grande, Maria degli Angeli. Oro custodito dal marmo. Fede custodita da fatica.

La nostra Francesca si commosse davanti la Porziuncola. Non trovava il coraggio di entrarci. Un passo troppo importante da fare da sola. Io l’aspettai. Si girò in lacrime, entrammo, preghierina e tornammo. Usciti, lei mi abbracciò ancora in lacrime. Io le sorrisi come per dire “noi che abbiamo sofferto, la sappiamo lunga”. E raggiungemmo il gruppo.
Tornammo a casa la domenica sera. Ripensai a tutto. Mi tornò in mente una frase di mia sorella:
“Non preoccuparti della morte, preoccupati di vivere a pieno.”
Aveva ragione. Ogni tanto serve un viaggio-promemoria.


Quando rientrai, mia madre mi salutò. Io le sorrisi. Forse pensò che, finalmente, stavo imparando anche io a spogliarmi.
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