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Il mare che ascolta


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di Nabila Cini

Agosto 2025. Arrivai a Gerace con una valigia leggera e una mappa invisibile, fatta di suoni, odori e promesse. Da disabile visiva ho imparato che i luoghi non si guardano soltanto: si ascoltano, si toccano, si respirano. Gerace mi accolse così, come una voce antica che non chiede di essere vista per essere creduta.

Il mare fu il primo a presentarsi. Non lo vidi arrivare, ma lo sentii molto prima: il suo respiro largo, il ritmo paziente delle onde che battevano la riva come un cuore che non ha fretta. Sulla spiaggia, la sabbia mi scivolava tra le dita dei piedi, calda, viva. Camminavo piano, contando i passi, lasciando che il bastone segnasse il confine tra me e l’acqua. Quando le onde mi sfiorarono le caviglie, capii che ero arrivata. Il mare di Gerace parlava una lingua semplice, fatta di sale e vento, e io la comprendevo perfettamente.

Le giornate scorrevano lente, come se il tempo avesse deciso di sedersi accanto a me. Al mattino il sole era una presenza fisica, un calore che mi avvolgeva la pelle e mi indicava la direzione del cielo. I gabbiani tagliavano l’aria con grida improvvise; li seguivo con l’udito, immaginando cerchi bianchi sopra la mia testa. Il profumo delle creme solari si mescolava a quello delle alghe, creando un odore che sapeva di vacanza e libertà.

Gerace non era solo mare. Salendo verso il borgo, i miei passi cambiavano ritmo. Le pietre antiche delle strade raccontavano storie sotto le suole, irregolari e sicure allo stesso tempo. Appoggiavo la mano ai muri, sentendo il fresco della pietra e le sue rugosità, come rughe su un volto saggio. Le voci delle persone rimbalzavano tra i vicoli, più vicine, più intime. Qualcuno salutava, qualcuno rideva, e io mi sentivo parte di un quadro che non avevo bisogno di vedere.

Nei pomeriggi caldi cercavo l’ombra. Seduta su una panchina, ascoltavo il silenzio del paese, interrotto solo dal ronzio lontano delle cicale. Il vento portava l’odore dei fichi maturi e del caffè, e in quel miscuglio riconoscevo il Sud, con la sua generosità discreta. A volte chiudevo gli occhi — un gesto inutile, forse, ma naturale — e lasciavo che Gerace mi attraversasse.

La sera tornavo al mare. L’acqua cambiava voce, diventava più scura anche per chi non la vede. Le onde si facevano più profonde, il vento più fresco. Entravo piano, sentendo il corpo adattarsi, galleggiare. In quei momenti la mia disabilità non era un limite, ma un modo diverso di abitare lo spazio. Il mare non mi chiedeva nulla, non pretendeva immagini: mi teneva e basta.

Ricordo una notte in particolare. Seduta sulla spiaggia, ascoltavo il fruscio delle onde e il cielo, che immaginavo carico di stelle. Qualcuno suonava una chitarra lontano, poche note sospese. Pensai che le vacanze sono questo: un accordo fragile tra ciò che siamo e ciò che incontriamo. Gerace mi aveva insegnato che vedere non è l’unico modo per conoscere.

Quando ripartii, il mare mi salutò come fa un amico che sa aspettare. Portai via con me una collezione di sensazioni, una geografia interiore fatta di suoni, temperature e voci. Agosto 2025 rimase lì, a Gerace, ma anche dentro di me, come un luogo a cui tornare ogni volta che chiudo gli occhi e ascolto.


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