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Grazie agli sposi
Destinazione: Marche (provincia di Fermo e Macerata)
di Paolo Filidei
Sembra ieri che lo accompagnavamo all’asilo di via di San Marco, nel quartiere della Venezia livornese, laddove sorgeva il teatro che ai suoi tempi aveva visto la nascita del partito comunista italiano. Ed ora, nel 2025, nostro nipote era in procinto di avviarsi al matrimonio. La promessa sposa era arrivata in Toscana dalla natìa Fermo, e proprio in terra marchigiana sarebbero convolati a nozze. Un’occasione imperdibile per conoscere quelle zone, per noi del tutto nuove.
Sorvolo sulla cerimonia nuziale, celebrata nel duomo di Sant’Elpidio a Mare e seguita da un piacevolissimo ricevimento in un resort nei dintorni. Del resto, mia moglie ed io siamo gli zii e, non avendo tutte le incombenze dei cognati, i neo-suoceri, ci siamo potuti godere la serata in tutta tranquillità.
Una sveglia posticipata per smaltire qualche piccolo bagordo ci introdusse alla mattina successiva, dedicata alle bellezze dello splendido centro storico fermano: la cattedrale di Santa Maria Assunta e il Museo diocesano; la piazza del Popolo e il palazzo dei Priori; la sala del Mappamondo, le cisterne romane, il teatro dell’Aquila. Poi, la partenza alla scoperta dell’entroterra, anche per sfuggire al caldo che, nel giorno del solstizio estivo, già incombeva sul litorale.

Avevamo in programma di proseguire il soggiorno con una breve vacanza improntata al relax, godendoci pure qualche passeggiata nel verde e assaporando il ritmo slow dei piccoli centri del maceratese. Puntammo dunque decisi su Camerino, di cui avevamo letto interessanti recensioni, senza farci mancare un’irrinunciabile sosta all’abbazia di Chiaravalle. Ma solo avvicinandoci alla meta ci rendemmo conto, con sgomento, che a distanza di ben nove anni dal terremoto (e dovemmo cercare su Google la data esatta dell’evento), il nucleo storico della cittadina era ancora completamente disabitato.

Già dalla terrazza del bed and breakfast potemmo scorgere l’inquietante skyline costellato dalle impalcature e da un numero impressionante di gru. La sera, poi, tastammo con mano lo sfacelo. In pratica, un cantiere a cielo aperto in cui si susseguivano ammassi di detriti, ruspe, betoniere, recinzioni, palizzate, avvisi di sicurezza. Eppure, riuscimmo a cenare nell’unico esercizio aperto, una semplice osteria con un accattivante menù a base di specialità locali. Passeggiare senza percepire neanche un rumore né vedere alcuna finestra illuminata fu un’esperienza traumatica. Certamente durante il giorno pullulavano squadre di maestranze, ma a sera regnava una sorta di coprifuoco con un’unica traccia umana, la stazione dei carabinieri. A poca distanza, poi, le costruzioni provvisorie per le abitazioni, i negozi, l’università. Insomma, uno scenario quasi postbellico che però non ci scoraggiò dal rimanere in zona. Anche perché il turismo è un importante volano di rilancio economico, a cui potevamo dare il nostro pur modesto contributo.
Il giorno seguente ci avventurammo verso l’Appennino e il Parco dei Monti Sibillini. Un’ampia zona naturalistica, poco affollata e caratterizzata da scenari mozzafiato e ameni paesini, molti dei quali purtroppo a loro volta semi distrutti dal sisma. A ritmi decisamente tranquilli visitammo Fiastra e il suo lago; ci inerpicammo alle Lame Rosse, uno spettacolare paesaggio caratterizzato da guglie scolpite dall’erosione del vento e dell’acqua; arrivammo alle gole dell’Infernaccio; raggiungemmo il belvedere di Ragnolo con l’adiacente Villa Lucio, la casetta dal tetto rosso che si dice sia la più fotografata delle intere Marche. Che, ovviamente, non ci esentammo dall’immortalare coi nostri smartphone. E, poi, Sarnano, Serrapetrona, Cingoli, Ussita, San Severino.


Non posso certo tralasciare il lato gastronomico, che è stato parte integrante di quei pochi giorni. E, pur da vegetariani, non ci siamo privati di nulla. Abbiamo chiaramente evitato il ciauscolo e gli altri salumi e limitato i formaggi, ma non sono mancati vincisgrassi, strozzapreti e maccheroncini di Campofilone, zuppe di lenticchie, ceci e farro, le verdure a fricandò, e poi diversi tipi di dolci, tra cui i biscotti al mosto e la cicerchiata. Dalle parti di Caldarola, in un ristorante vegano abbiamo apprezzato pure una versione plant based delle famose olive all’ascolana. E, inoltre, gli ottimi vini, dal Verdicchio di Matelica alla Vernaccia di Serrapetrona senza dimenticare il meno noto Vin cotto, ideale coi dessert.
Sulla via del ritorno, una sosta a Fabriano per visitare l’interessantissimo museo della carta e una capatina a Genga dove, anziché le stranote grotte di Frasassi, abbiamo scoperto il tempietto Valadier, capolavoro in stile neoclassico, con l’attiguo eremo di Santa Maria Infra Saxa.

In conclusione, un ringraziamento agli sposi per averci dato questa bella opportunità.
Grazie Giulia, grazie Francesco.
Periodo: 21-14 giugno 2025
Spesa: circa 450 € a testa, comprensivo di quattro pernottamenti, pasti, viaggio in auto.
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