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Giro lento del lago di Viverone


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di Giovanna Goffredo

Partiamo piano. È la prima uscita dopo il soggiorno in cardiologia, quindi piano con le gambe e lentissimi con la testa, che ha bisogno di tempo per distrarsi dalle brutte avventure e tornare a immergersi nella bellezza.

Il lago di Viverone, lì tra Biella e Ivrea, non scappa di certo. È fermo da millenni: può aspettare anche noi e le nostre biciclette, che scricchiolano già dal parcheggio (gratuito, per fortuna) come per avvertirci: ragazzi, occhio che tra voi c’è qualcuno che tanto ragazzo non è più.

Il giro del lago è una di quelle esperienze che iniziano con l’idea di riprendere l’attività sportiva e finiscono con un’intensa attività contemplativa. Il primo chilometro sul lungolago di Viverone è sempre il più atletico: casco dritto, postura da ciclista professionista, sguardo concentrato. Poi compaiono le famigliole con i bambini che ci superano come razzi e tutto cambia. L’occhio inizia a cercare una panchina, perché la panchina, nella gita slow, non è un arredo urbano: è una tentazione filosofica.


Pedalando verso Anzasco, il lago fa il suo mestiere: riflette. Riflette il cielo, le nuvole, le Alpi maestose e soprattutto la nostra immagine un po’ sudata che passa lenta, lentissima. L’acqua è così calma che sembra finta, come se qualcuno l’avesse stirata all’alba. Ogni tanto la scia di uno svasso dal ciuffo da rockstar increspa la superficie; sotto riva si sente il vip-vip delle folaghe, mentre più al largo i cigni nuotano in coppia.

Il percorso, fatto di strade asfaltate o sterrati ben tenuti, è gentile. Non giudica. Accetta tutti: la bici super accessoriata, la sella che cigola come in un film dell’orrore, il nordic walker con le bacchette e chi vuole semplicemente fare due passi con vista sulla Serra di Ivrea, la più grande morena d’Europa. Accetta anche le pause non programmate, che sono il vero cuore della gita. Ci si ferma per bere, per guardare, per niente.


I canneti ondeggiano appena, il vento fa il minimo sindacale e il lago continua a restare lì, imperturbabile. Le case attorno sembrano in vacanza tutto l’anno, con quell’aria da “noi abbiamo già capito come funziona”. Una barca a vela ondeggia ancorata al largo e ci ricorda che esiste un livello di lentezza ancora superiore al nostro.

Ad Azeglio facciamo una sosta per salire sulla torre di avvistamento. In silenzio osserviamo gli uccelli nascosti tra la vegetazione lacustre, nei pressi del sito archeologico dove, pochi metri sotto il pelo dell’acqua, si conservano i resti di oltre cinquemila pali: nell’età del Bronzo sorreggevano un grande villaggio di palafitte.


È una pausa immaginifica. Per vedere asce, spade e ornamenti bisogna andare al Museo di Antichità di Torino, ma proprio questa assenza rende il luogo più potente: libera la fantasia e invita a ripartire.

A questo punto la stanchezza è più psicologica che fisica. Le gambe potrebbero andare avanti ancora a lungo, ma la mente inizia a suggerire soluzioni alternative: una sosta “brevissima” destinata a durare il doppio della pedalata fatta finora. Tra la panchina gigante e una pausa enogastronomica scegliamo la seconda. Ci inerpichiamo tra vigneti e campi di kiwi fino a Piverone, dove un agriturismo affacciato sul lago ci accoglie con una merenda sinoira come si deve, annaffiata da Erbaluce di Caluso e chiusa da un gelato a chilometro zero. Torneremo, per la gentilezza dei proprietari e per lo spaccio dei loro prodotti aperto nella corte della cascina.


Quando il pomeriggio scivola verso sera, il lago cambia tono. Il sole cala e il tramonto incendia l’orizzonte, tingendo l’acqua di arancione e rosso, come se qualcuno avesse acceso un fuoco lento dietro le colline. Anche il Panfilo Miseria passa un’ultima volta, scuro contro la luce. La voce della guida arriva a tratti e sembra salutare prima di rientrare, lasciando una scia che si dissolve piano, proprio come la giornata.

Per chiudere l’anello — poco più di quindici chilometri — basta seguire ancora la costa verso Morzano e poi Comuna. Ripartire è sempre il momento più difficile. La bici sembra più pesante, come se avesse assorbito tutta la calma del lago. Ma il giro va concluso, lentamente, con la sensazione di non aver fatto nulla e di aver fatto tutto.

Il lago di Viverone resta lì, uguale a prima, mentre noi torniamo a casa un po’ più lenti, almeno dentro. Forse è questo il vero souvenir della gita: non la foto, non il chilometraggio, ma la certezza che, ogni tanto, pedalare senza andare da nessuna parte è esattamente il posto giusto dove arrivare.


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Scheda descrittiva:

Distanza
▶ Circa 16 km (anello completo)

Dislivello
▶ Minimo, percorso praticamente pianeggiante

Fondo
▶ Asfalto e sterrati ben tenuti, adatti a bici da trekking e city bike

Tempo di percorrenza
▶ 3–5 ore in modalità slow, incluse pause, osservazioni e deviazioni gastronomiche

Difficoltà
▶ Facile
Adatto a tutti, anche a chi riprende dopo una pausa o cerca una pedalata rilassata

Periodo consigliato
▶ Tutto l’anno. Ideale primavera e autunno; in estate preferibili mattino presto o tardo pomeriggio

Costi sostenuti
▶ Parcheggio: gratuito in diverse aree del lungolago, solo se si arriva molto presto. A pagamento 1.20 €/ora
▶ Accesso al percorso: gratuito
▶ Sosta enogastronomica: 25 €
▶ Extra facoltativi: battello sul lago: 6 €

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