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Genova, dove passato e futuro si incontrano

Dal museo del mare al porto antico e i carruggi

La regione Liguria è un’incredibile striscia di terra, tra montagne e mare. Puoi visitare la Liguria arrivando sia dal mare che da terra, in battello, in treno, a piedi. C’è troppo da dire su questo posto, ci sono così tanti paesaggi e tesori da scoprire. Cominciamo a parlare di Genova.

Darsena di Genova

Di fianco a Porto Antico, nel centro di Genova che si affaccia sul mare, c’è la zona della Darsena. E’ un raro esempio di buon recupero urbanistico. Il colpo d’occhio è rinfrancante, c’è un po’ di tutto: locali, l’Università, i pescatori, un Museo e… un sommergibile. C’è il vecchio e il nuovo, l’antico e il moderno e – nonostante la sopraelevata che incombe con la sua ombra che induce al degrado – l’atmosfera è quella di un agglomerato umano e urbanistico ameno e soprattutto ad alta variabilità antropologica.

Un posto dove si sta bene, pieno di cose curiose. In effetti la cosa più curiosa è il sommergibile Nazario Sauro, varato nel 1976 dalla Fincantieri per la Marina, e poi mandato in pensione e rimorchiato fin qui dall’Arsenale di Spezia. Lo si può visitare e in effetti è piuttosto impressionante toccare con mano come e dove sopravvivevano (anzi, sotto-vivevano) gli equipaggi: il sommergibile è ancora intatto e completo di tutto: armamenti, cuccette, mensa, gabinetti. La registrazione audio della vita di bordo aggiunge pathos alla scena. Ma, attenzione: il Nazario Sauro è una appendice (preziosa e curiosa) del Museo del Mare, che sta di fronte.

Genova, Acquario

Genova, Acquario, Immagine di Roberto Taddeo (utente Flickr)

Galata, il Museo del Mare

Galata, il Museo del Mare, raccoglie testimonianze del passato ma ti accoglie con una proiezione del futuro: il plastico della Genova immaginata da Renzo Piano. Il Museo stesso sta a metà fra antico e moderno: è una invenzione ardita dell’architetto spagnolo Consuegra, che però recupera gli antichi cantieri cinquecenteschi in cui si armavano le galee della repubblica Marinara.

E infatti – dopo l’ingresso dove c’è un modello di una caravella di Colombo, un bellissimo gozzo tradizionale e l’immancabile bottega dei gadget – il percorso porta alla ricostruzione dell’armeria di una galea, con tanto di manichini, corazze e cannoni, e poi ad una galea a grandezza naturale, ricostruita proprio sul piano inclinato su cui venivano messe in acqua quelle originali.

Se lo slogan del Museo è “salire a bordo” e l’intento è quello di trasmettere la storia della navigazione, questa ricostruzione serve allo scopo. E’ incredibile vedere come e dove erano incatenati (notte e giorno, per mesi) i rematori. Allo scoperto e all’addiaccio: molti morivano di freddo e di stenti. Un supplizio disumano. In questo però pare che i Genovesi avessero un vantaggio rispetto ai Veneziani: essendo notoriamente parsimoniosi, costruivano navi destinate a durare di più (anche 30 anni, contro i 10 dei veneti) e curavano anche i loro rematori. Farli morire era uno spreco di risorse (umane): pare che alcuni riuscissero ad arrivare vivi fino alla pensione, che passavano a disfare a mano vecchio cordame per riutilizzarlo per calatafare (cioè riempire gli interstizi del fasciame).

Emigranti e immigrati

Il percorso prosegue lungo i tre piani, con molte cose interessanti (tra le altre cose la ricostruzione di una nave ottocentesca, a grandezza naturale e una galleria di immagini rare e storiche). Ma è il terzo piano che riserva le sorprese più coinvolgenti: si comincia ritirando un “passaporto” da emigrante.

Poi si entra in un percorso ambientato a fine ‘800: infilando il passaporto in una fessura, parte il filmato di un attore che impersona un doganiere che ricostruisce la tua storia personale, definendo appunto le varie tipologie di emigrante (il contadino affamato, l’operaio disoccupato, l’anarchico in fuga ecc). Poi si entra fisicamente nella ricostruzione di una nave (le camerate, le cuccette, i cessi, la terza classe e la seconda, la registrazione delle lettere spedite a casa dagli emigranti). Insomma: l’obiettivo è quello di dimostrare che siamo stati un popolo di migranti.

Ma questa è solo la premessa, per assestare un colpo basso, una chiara presa di posizione culturale e ideologica: al Museo del Mare stanno lavorando per far posto (entro un mese) ad un barcone di Lampedusa, uno di quelli che hanno portato sulle nostre coste i moderni migranti. Emigranti noi, immigrati loro: un destino comune. Per tutte le scolaresche o anche i visitatori adulti il messaggio non potrebbe essere più chiaro. E in questo modo al Museo Galata, la storia della navigazione diventa soprattutto storie di uomini. Da non perdere.

Caruggi di Genova

Caruggi di Genova, Immagine Artur Staszewski (Flickr)

Avidità o no?

Genova pare abbia un numero esagerato di Cimiteri. Il motivo? Più che una città, è una federazione di diversi nuclei urbani storici, con una loro forte identità. Molto più che quartieri o contrade. Genova è una piccola metropoli policentrica, in cui ognuno è legatissimo alle proprie radici, e tra le altre cose non accetta di essere sepolto lontano da casa. Sembra che i Genovesi abbiano un vero e proprio culto dei morti e grande attenzione alla propria sepoltura.

Non è una nostra teoria, ce l’hanno detto dei Genovesi DOC: essendo avari vorrebbero portarsi i propri beni nell’aldilà. Ma l’unico sistema per tenersi la ricchezza è farsi fare una magnifica tomba. Fatto sta che a Genova c’è il Cimitero Monumentale più bello del mondo, al cui confronto il famoso Père Lachaise di Parigi è robetta: il Cimitero di Staglieno. E la tomba più famosa è appunto quella di una povera venditrice di noccioline, che ha messo da parte una fortuna per poi farsi fare una magnifica tomba, con una statua bellissima che la ritrae da viva. Ma cominciamo dall’inizio: la location è magnifica, siamo sulla primissima collina in una zona verde.

Il cimitero stesso si sviluppa su un’area estesissima (ci sono due linee di autobus per raggiungere le varie zone), arrampicato lungo un bosco profumato e verde. Il colpo d’occhio e l’atmosfera sono stupendi: non a caso dei turistipercaso del livello di Nietzche, Guy de Maupassant e Mark Twain hanno citato questo cimitero come la “gita” genovese più bella.

Prego entra

Se volete farvi un Vip-tour ci sono le tombe di Mazzini, Nino Bixio, Gilberto Govi, Fabrizio De Andrè. E alcuni dei Mille di Garibaldi. In realtà il Cimitero di Staglieno è una grande mostra d’arte all’aperto. Sono notevoli soprattutto le tombe di fine ottocento, che ben rappresentano la cosiddetta corrente del Realismo Borghese: statue iperrealiste che raffigurano nei particolari volti, persone, abiti, atteggiamenti. Lì per lì vien da dire che queste statue, ricoperte da uno strato di polvere, avrebbero bisogno di una bella ripulita. Invece no: da una parte si tratta di statue di marmo e gesso che da un restauro potrebbero essere danneggiate, dall’altra la polvere grigia del tempo ha regalato alle superfici un non so che di vellutato.

Ma la cosa che colpisce di più è il Pantheon, dove sono sepolti i personaggi illustri della città (tra cui appunto Nino Bixio): funziona ancora! Nel senso che circa metà delle tombe sono occupate, ma ne rimangono molte libere, in attesa di accogliere i futuri personaggi benemeriti. Mentre eravamo in visita si stava approntando il sepolcro di un ex-sindaco. E questo a me-Patrizio fa pensare ad una comunità che ancora – mentre celebra il passato – progetta un futuro, si vede proiettata verso nuove prospettive, coltiva i suoi nuovi “eroi”.

Genova, Piazza de Ferrari

Genova, Piazza de Ferrari, Immagine di Lanzate (Flickr)

Permettimi di presentarti Bacci Pagano

La Genova del turista non è molto vasta: in linea di massima va da Porto Antico e Piazza Caricamento fin su in Via Garibaldi. Ma attorno a questo fulcro si articola una città appunto policentrica, il cui corpo è attraversato da tante piccolissime arterie, i famosi carruggi. Da non confondere con le croze. Queste ultime sono spesso in salita e separano due diverse proprietà periferiche. I carruggi invece sono strisce strettissime che separano i palazzi del centro. Anticamente erano più larghi perché erano dotati di portici dove c’erano le botteghe, che poi sono stati chiusi e abitati.

Ma non ci si avventura nei carruggi senza una guida speciale, senza un viatico letterario. Tutte le grandi città di mare, coi loro porti e il loro sottobosco umano, hanno avuto autori (soprattutto di gialli) che le hanno celebrate, che ce le hanno lasciate immaginare. Marsiglia ha avuto Jean Claude Izzo, Barcellona ha  avuto Manuel Vasquez Montalban col suo investigatore Pepe Carvalho e poi anche Alicia Gimenez Bartlett con la sua Commissaria Petra Delicato… Genova ha Bruno Morchio, psicologo e giallista, che ha creato il personaggio di Bacci Pagano, “il ratto dei carruggi, pronto a infilarsi nei rebighi della città vecchia”.

Una città multietnica

Bruno ci ha accompagnato in giro per la città, ci ha spiegato la sua articolazione storica. Ma soprattutto abbiamo parlato della variabilità etnica di Genova, che colpisce ad una prima occhiata. A Genova ci sono tutti: africani, indiani, cinesi. Basta passeggiare per Via Prè, oppure scendere da uno dei vicoli che si dipartono da Via Garibaldi e sembra di viaggiare per il mondo.

Ricordo una sera in cui io-Patrizio passeggiavo giù dalla Stazione di Porta Principe, verso Caricamento, con mia figlia Zoe: ad un certo punto ci siamo trovati… a Dakar. Eravamo gli unici bianchi, in mezzo ad un popolo di neri. Ed è stata – non paradossalmente – una bella sensazione: c’era vita, allegria, movimento e nessuna tensione. Più giù poi abbiamo incrociato China Town, attraversata a sua volta dal passeggio di qualche donna mussulmana. Poi ci siamo seduti in un ristorante ecuadoriano, perché a Genova c’è la comunità ecuadoriana più numerosa d’Italia e forse d’Europa.

La cosa in sé non è strana: Genova è un grande porto, quindi arriva gente da tutto il mondo. Ma – a parte le ovvie e scontate eccezioni – come mai le contraddizioni qui sono meno profonde che altrove? Bruno Morchio ci ha raccontato che in parte è merito… dei carruggi. Allorché il centro storico ha cominciato a degradarsi e quindi è stato in parte abbandonato dagli abitanti, gli immigrati ne hanno preso il posto. Ma a differenza di altre città il centro non si è degradato: i nuovi immigrati hanno portato la loro vitalità e i genovesi hanno continuato a frequentarlo e ad abitarlo.

Ora nelle case alte e strette convivono immigrati e giovani coppie, studenti o anche gente ricca. Ovviamente gli immigrati ai piani bassi e gli altri più in alto… Poi, indossando la maschera cinica di Bacci Pagano, Bruno ha aggiunto una considerazione maliziosa: secondo lui i Genovesi sono talmente chiusi da essere “razzisti democratici”. Per loro è straniero anche uno che viene da Cuneo o da Pordenone, quindi un Ghanese o un toscano sono ugualmente estranei…

È tutta una questione di pesto

Andrea (Della Gatta, Presidente del Consorzio del Pesto) quando gli ho chiesto di insegnarmi a fare il pesto alla genovese mi ha corretto subito: esiste il pesto-genovese che si fa solo a Genova e il pesto “alla” genovese, che volendo si può fare dovunque, ma che resterà sempre una pallida imitazione.

Le caratteristiche del pesto evidentemente sono due: come si fa e con cosa. Gli ingredienti sono fondamentali, si parte dal basilico e dall’aglio, che crescono e si trovano solo in Liguria. Il basilico qui ha il sapore del mare e dell’aria che scende dalle montagne. E l’aglio è molto più dolce e meno invasivo. Poi ci sono i pinoli, che basta siano italiani. Anche l’olio deve essere ligure, perché è più leggero. Ma pinoli e olio ligure si possono trovare anche altrove. Poi serve formaggio grana (alcuni preferiscono per il pesto il grana padano al parmigiano-reggiano perché è più “discreto” come sapore) e pecorino.

Quindi viene il come: si mettono nel mortaio gli ingredienti (innanzitutto il basilico) ma guai a “pestare”, bisogna mescolare schiacciando le foglie col pestello contro la parete, che per questo deve essere di marmo, ruvida e non liscia. Dopodiché il pesto si può servire su trenette, trofie o spaghetti. Fagiolini e patate sono ammessi ma facoltativi.

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