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Egitto on the road (e low cost)

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di Caterina Moretti


Lei è seduta davanti e io dietro.

Il taxista è pazzo, chiaramente.

«Ma quale pazzo», mi fa mia mamma. «È solo un furbetto che guida male perché vuole più soldi di quelli che abbiamo concordato. Ma noi non glieli daremo».

In effetti, lui, faccia da mezzo sorriso un po’ sguincio, continua a guidare come se fosse un rapinatore inseguito dalla polizia in un trailer di serie b. Intendiamoci. Sulla superstrada che dall’aeroporto va in quella splendida, suprema, universale downtown che si chiama El Giza, tutti guidano come tarantolati e si tagliano la strada a vicenda, anche perché non ci sono le corsie. «Ma est modus in rebus», sentenzia la mamma. «Lui esagera e vuole farci spaventare.»

Sarà.

Però è dura prenderla sul ridere quando ti vedi già in un frontale con un suv mentre un paio di altre macchine ti entrano nella portiera di fianco.

Infatti tiriamo un sospiro di sollievo quando arriviamo in una sterrata piena di cammelli, tutti decorati con raro cattivo gusto e pronti a portare i turisti americani all’ingresso delle piramidi.

Noi no, noi saliamo nel nostro hotel tre stelle, niente di che ma scelto – sempre dalla mamma, è ovvio – perché ha una maestosa terrazza piastrellata di fronte al fantastico tris: Keope, Jafra e Micerino.


Il compleanno della mamma – motivo formale del nostro informale viaggio – è stato salutato da un tramonto magnificente mentre il sole disegnava un perimetro rosso attorno alle piramidi. Ci hanno portato da bere e anche qualcosa da mangiare. Bel colpo, Khaled.

Ancora non lo sapevamo – e la mamma, che parla poco e male l’inglese, ci avrebbe messo parecchio a capirlo, essendo anche un po’ diffidente – ma questo Khaled è stato la nostra benedizione. Ci ha aiutato a trovare la guida per andare il giorno dopo a fare il tour di rito, un egiziano simpatico e con un certo eloquio spagnolo (quindi convinto di poter parlare anche con gli italiani), furbo quanto basta per avere tutti i suoi puntelli extra con vari negozi per turisti. La mamma decide di farsi un regalo, appunto per il suo compleanno, e in un fantomatico Museo del Papiro dove il tizio ci aveva amabilmente scaricate, si fa intortare alla grande. La mamma è fatta così. Cinque miserabili dollari in più al taxista pazzo non glieli dà. Però se un insidioso commesso di lungo corso le fa vedere tutto il procedimento con cui dagli steli della piantina di papiro si ricava appunto la famosa carta, ecco: lei con nonchalance tira fuori la carta di credito e paga. Bisogna convenire che questo quadro decorato, che poi al buio si accende anche con un secondo disegno luminescente, diciamolo: è bello. Però l’abbiamo pagato il triplo di quello, analogo, che avremmo potuto trovare in vari mercati successivi.

Il trasferimento dal Cairo a Luxor è stato uno strazio. Ci siamo imbarcate dopo un’attesa di otto ore, che a un certo punto sembravano ormai vane, con una compagnia aerea locale, l’indimenticabile Air Cairo. Abbiamo ancora nelle orecchie le grida e gli insulti di vari egiziani davanti al bureau del servizio clienti.

Siamo arrivate a Luxor a mezzanotte, anziché alle quattro del pomeriggio. Ma il nostro asso nella manica era sempre Khaled. Lui ci aveva dato il cellulare di un tassista amico suo. Quella sera aveva già smontato, ma è venuto a prenderci lo stesso e ci ha portato nel nostro (delizioso) hotel fronte Nilo. Parlo un po’ con lui e gli dico che il giorno dopo vorremmo andare a visitare le varie e rinomate tombe faraoniche. Lui non può, ma ci manda un suo amico fidato, tale Mohammed. Non ci poniamo il problema di come riconoscerlo perché abbiamo già concordato il punto in cui verrà a prenderci.

Fatal error, come pare scrivessero i personal computer degli anni Novanta, prima di spirare nel buio catodico.

La mattina dopo, al punto convenuto, veniamo circondate da una pletora di aspiranti autisti e io faccio un errore, dico “stiamo aspettando Mohammed”. Si accende un coro: «Sono io, sono io Mohammed!».

La mamma ride e fa: «Forse è anche vero che si chiamano tutti così». Ma io non ci casco, richiamo il tizio della sera prima e insomma, gira che ti rigira, lo identifichiamo. Era quello che stava anche un po’ in disparte. Parla solo un po’ di inglese, ma guida benissimo una bella macchina ed è di rara gentilezza. Passiamo la giornata con lui, perché poi la cosa avrà un’apprezzabile conseguenza, ma prima di quello che succederà il giorno dopo voglio raccontare cosa è successo quella sera in hotel.

Il nostro primo approccio con la città di Luxor era stato diciamo problematico. La mamma mi prende in giro e dice sempre: «Lo vedi che guaio andare in giro con una bella ragazza come te. Non ti lasciano stare». Troppo buona. In realtà, è pur vero che noi siamo tenuti a essere il più possibile etici nei viaggi, ma bisogna anche sottolineare che loro lo sono pochino con le donne “sole”, cioè senza uomini al seguito. Abbiamo fatto accese rimostranze al nostro hotel, perché era letteralmente impossibile passeggiare nel mercato serale senza essere importunate, ben oltre la tentata vendita, che è sempre lecita. Morale: siamo state scortate da un robusto impiegato dell’hotel, che ha anche un po’ trattato per noi – perché la trattativa ce l’hanno nel sangue e sono bravissimi a tirar giù i prezzi.

Qui mamma ha scoperto che il suo quadro di papiro preso nel Museo si trovava anche al mercato di Luxor, ma è rimasta impassibile. Una vera signora. E ha comprato molte altre cose.

Torniamo a Mohammed – il vero Mohammed. Ci risolve un problema che non sapevamo di avere. Pensavamo infatti di raggiungere Marsa Alam con vari bus. Ma scopriamo che lui ha un figlio, peraltro bel tipo, sempre autista perché è un lavoro di famiglia e forse ci può portare in macchina. Comincia così una trattativa serrata. Arriviamo alla cifra accettabile e sappiamo che il ragazzo, un trentenne dalla guida sportiva, ci verrà a prendere il giorno dopo.


La macchina è lussuosa, noi siamo sedute dietro e lui ci propone di fare la strada “vietata”.

Aiuto.

In che senso vietata?, chiedo dissimulando un certo allarme. Nel senso che è più breve ed è dedicata solo ai locali. Le vetture con i turisti devono fare un altro percorso, si suppone disseminato di negozi e punti di ristoro a cui condurre “i clienti”.

Noi diciamo di sì, lui ci avverte che potrebbero esserci dei posti di blocco e in tal caso io divento sua moglie e la mamma sua suocera. Stiamo andando all’ospedale di Hurgada dove è ricoverato il padre: questa la tesi per la polizia. Noi non dobbiamo dire una parola e ci mancherebbe: chi lo parla l’egiziano?

Curiosamente, mia madre non fa una piega, e del resto basta che qualcuno la faccia fumare in macchina che lei diventa una sublime donna di mondo.

A un certo punto, in lontananza, il nostro autista vede un posto di blocco e torna indietro, in realtà va solo a prendere un’altra via secondaria per sorpassarlo. In ogni caso, lui accende la radio che trasmette le litanie del Corano. Siamo o non siamo una perfetta famiglia musulmana?

A metà del viaggio, ci si ferma in una costruzione in mezzo al deserto – che è splendido di suo – ed entriamo in una specie di emporio dove ci offrono l’immancabile tè alla menta, nonché se ci piacciono caramelle e patatine varie. Non vogliono soldi. Siamo ospiti gradite e una gattina deliziosa si struscia sulle nostre gambe. Le pareti sono tappezzate di tappeti.

È l’ultimo sguardo a un Egitto ancora “vero”, un Egitto per egiziani.

Poi noi andremo in un resort, elegante, comodo e globalizzato, per trovare qualcosa di veramente antico bisognerà andare sott’acqua e sfiorare, come ho fatto io, il guscio di una tartaruga gigante.



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