Esplora Menu Cerca Cerca

Viernes Santo

Lascia un commento

di Gaetano Russo

La finestra sul lato pari di Calle de Principe era serrada giorno e notte. Noi quattro alloggiavamo di fronte, in un appartamento al numero 7, e di tanto in tanto io buttavo un occhio alla palazzina sull’altro lato della strada. La finestra serrada si trovava all’ultimo piano. L’appartamento aveva un terrazzino con qualche felce. Le piante erano di un bel verde sano, segno che qualcuno le annaffiava. Io, però, non vidi mai nessuno. È anche vero che in quel weekend di Pasqua a Madrid piovve che Dio la mandava, giorno e notte, con qualche breve momento di tregua. Una disdetta mitigata in parte dalla consapevolezza che per l’intero viaggio, comprensivo di alloggio e pasti dei giorni a seguire, avremmo speso poco più di 1.300 euro in quattro.


Il mattino di cui voglio parlare sedevo al tavolo del piccolo salottino arredato come un negozietto di oggettistica etnica, nel nostro appartamento a pochi metri da Plaza del Sol. La maschera tribale sulla parete mi fissava come si fa con un intruso. Una debole lenza di Sole dardeggiò obliqua, posandosi al centro del tavolo. Guardai la finestra sull’altro lato della strada. Più serrada di un cuore ferito. La persiana avvolgibile toccava le mattonelle del balconcino. Affilai l’immaginazione e provai a passarci attraverso come uno spettro. Spuntai in un piccolo salottino: poltrona e abatjour sul comò accanto, un tavolino tondo con quattro sedie, una TV con antenne da lumaca, merletti sparsi sul mobilio e tutti i colori sepolti sotto una trapunta di semioscurità. E sulla poltrona una sagoma scura, rattrappita come una pagina spiegazzata, le spalle magre e il tondo della testa. Provai a forzare la fantasia per illuminare i tratti di quel volto, ma qualcosa me lo impedì. Forse la paura di trovare un viso a me familiare. Il riflesso di me stesso.

L’ululato di una sirena mi riportò alla realtà. Sbattei le palpebre. Da lontano giungevano i tuoni cadenzati di tamburi. Mio padre nominò la processione del silenzio e pensammo di andare a vedere. Ci vestimmo e scendemmo. Passammo di fianco a un ristorante con teste di toro impagliate appese ai muri. Quella all’ingresso, sulla destra, sembrava arrabbiata come se si apprestasse a dare la carica a un invisibile torero.

I tuoni dei tamburi ci informarono che la processione era vicina. Percorremmo Calle de Principe a passo svelto, svoltammo su Gran Via e ci dirigemmo a Plaza del Sol. Vedemmo il capannello di persone assiepato intorno alla metro Sevilla. C’erano poliziotti e imponenti auto della polizia con i lampeggianti spenti. Papà si fece largo tra la folla, chiedendo permesso e usando il corpo. Alcuni si girarono con un’espressione bizzosa, videro mio padre che li sovrastava di diversi centimetri e si fecero da parte senza parlare, ma tenendo saldo sul volto un ritratto indignato.


Papà ci guidò in prima fila, fin dove i poliziotti ti impedivano di proseguire. Non c’erano ostacoli tra noi e la confraternita bardata con lunghe tuniche viola e un cappello a punta dello stesso colore. Papà ci informò che stavamo guardando i nazareni. Ogni nazareno teneva un tamburo o una gran cassa assicurata alle spalle o al collo per mezzo di una o due cinghie. I poliziotti, un uomo e una donna, scrutavano la folla come la testa di toro all’ingresso del Taurina scrutava i clienti. Passai in rassegna la loggia di nazareni. Alcuni si aggiustavano il copricapo a punta. Altri si muovevano nervosi sul posto, spostando il peso da un piede all’altro. In cima al folto gruppetto c’era la Madonna Nera che dondolava. I nazareni la fissavano. Uno si voltò verso la folla e mi guardò. Due gemme nere riempivano i buchi per gli occhi del copricapo a punta. Le gemme mi fissarono per pochi secondi mentre la Madonna Nera dondolava addolorata. Poi un mutamento nell’aria, provocato da qualcosa che mi sfuggì, e gli incappucciati presero a battere sui tamburi. Quello che mi fissava si voltò verso la Madonna Nera con uno scatto comico e con un attimo di ritardo si unì al resto della loggia. Tuoni ritmici si levarono dalla strada, come se emergessero dalle viscere della terra. Ti rimbombavano nella pancia. Erano come i passi di Dio.

Di colpo i tamburi smisero di tuonare e la folla applaudì entusiasta. I nazareni si incamminarono dietro la Madonna Nera. Li guardammo andare e lasciammo Plaza del Sol per infilarci in uno Starbucks poco distante. Avevamo bisogno di un caffè cortado e di un cookie. Mio padre ordinò e l’inserviente chiese: «Nombre

«Rodillo», rispose papà e dopo cinque minuti eravamo seduti a mangiare.

Il caffè mi riscaldò lo stomaco. Ringraziammo Dio per la momentanea bolla di calore e dopo un quarto d’ora uscimmo nell’aria fredda di quel grigio venerdì di semana santa. Attraversammo Plaza del Sol ora semideserta. Buttammo un’occhiata distratta all’orso che cercava fortuna ai piedi dell’albero, poi alla gigantesca insegna di Tio Pepe che di notte s’illuminava coi suoi led verdi, rossi e bianchi. Tagliammo per Calle de Principe. Quando passammo accanto al numero 7, alzai d’istinto il viso verso la finestra serrada.

Nel corso di quei tre giorni trascorsi a scrutarla, mi chiesi perché quell’uomo – o quella donna – non aprisse la persiana quando di fuori c’era un mondo che ti spalancava le porte se tu gli aprivi le tue.


Il diario che avete appena letto partecipa al Premio letterario Per Caso TV. Consultate qui il regolamento.

Lascia un commento

Iscriviti alla Newsletter di Italia Slow Tour
Riceverai tutti gli approfondimenti e il dietro le quinte di Slow tour Padano in anteprima.
Riceverai tutti gli approfondimenti e il dietro le quinte di Slow tour Padano in anteprima.
Iscriviti alla Newsletter di Italia Slow Tour