Esplora Menu Cerca Cerca

Un angolo di paradiso

Lascia un commento

di Luigino Vador


Nel parcheggio già sosta il pullman che mi porterà a Medjugorje.

Ben presto il brusio si incanala in inni alla Madonna.

Poi gli inni cessano. Farsi un sonnellino, diventa un’idea per tutti.

Mi desta il sole che sorge. Ci fermiamo, superato il confine croato.

Ripenso ai momenti che avevano trovato la speranza nella supplica di una grazia concessa. Grazia che mi sta portando a ringraziare la Madonna.

La sosta ci consente di familiarizzare. Alcuni portano delle torte, panini imbottiti, thermos fumanti di tè e caffè. Arriviamo a Medjugorje che è il crepuscolo.

Mi colpisce la quantità di bancarelle lungo le vie del paese, illuminato a giorno.

In albergo, durante la cena, la hostess illustra il programma del giorno dopo.

Al sorgere del sole, c’incamminiamo per raggiungere il Podbrdo.

Arrivati ai piedi della collina si spalanca alla vista una salita praticabile solo a piedi… sani!

Dalla terra rossa, sporgono pietre così fitte che riuscire a poggiare un piede dopo l’altro, pare arduo, come conservare l’equilibrio.

I vari gruppi formano rivoli che salgono, sgranando rosari, si fermano ai bordi, dove tra gli arbusti sono posti i cippi di pietra, con incisi i misteri del rosario. Punti fermi per la meditazione, e per una sosta per chi ha problemi di deambulazione.

Molti, lasciate le calzature all’inizio della salita, procedono scalzi.

Preghiere s’intrecciano in ogni lingua, ma il variegato intreccio, non forma una specie di Torre di Babele, ma è una meravigliosa nenia.

Un coro discreto e supplice, che sale dalla folla di uomini, donne, giovani, anziani e bambini… a riempire di sospirose ghirlande le braccia della Mamma celeste.

Molti, visibilmente sofferenti, rifiutano le mani tese nell’aiuto. Come se ciò togliesse il merito che i loro passi, nella fatica, acquistano. Fatto il primo tratto, lascio il gruppo.

Mi siedo su una pietra, all’ombra di un melograno. Sento il cuore in gola.

Le difficoltà, che leggo scritte sui volti intorno a me, sono vibranti, eppur illuminate dall’adrenalinica tensione di arrivare alla meta. Le percepisco agglutinarsi al mio sentire.

Mi riempiono. Mi saturano, … mi tolgono il fiato!

Appare un giovane, tra lo scintillio delle pietre e il tremolio della luce intensa.

Accompagnato da due adulti a fianco, che, protendendo le mani al bisogno, sebbene egli le allontani. Non vuole essere aiutato. Il bel volto è una maschera tesa. La bocca stretta in un morso, per contenere la fatica che accompagna ogni incerto spostamento dell’avanzare.

D’improvviso si sbilancia. Cade. Uno zigomo batte con violenza su una pietra.

Intervengono i due che, con sollecitudine, lo rialzano.

Egli ancora, con sguardo perentorio, li allontana. Accetta solo un bastone.

I suoi jeans e maglietta bianchi, si sono impolverati con il rosso della terra.

Una smorfia fa capire che non gli importa.

Con la mano libera accarezza quel filo di sangue che, dallo zigomo graffiato, come una virgola scende fino al collo.

Riprende a salire. Ogni suo muscolo spasima nello sforzo sovrumano che gli costa ciascun passo. Quasi che portasse sulle spalle il dolore dell’umanità intera. È una suggestione che mi annienta.

Le mie mani accolgono il volto, per sottrarre ai miei occhi gonfi di lacrime a quell’immagine dilatata e moltiplicata all’infinito.

L’esile ragazzo paraplegico è Cristo che sale al calvario, trascinando il peso della croce, così come dentro di me io l’ho sempre rappresentato. L’emozione intensa che provo è un dono per adempiere il mio voto. Per capire fino in fondo la grazia ricevuta.

Facendomi rivivere l’intensità di quel dolore a suo tempo sperimentato.


Come in un lento susseguirsi d’immagini ripercorro quella angoscia. La elaboro…

Quando alzo gli occhi non c’è più.

Il sole batte. I raggi accecano. I volti appaiono stravolti, tuttavia illuminati dalla certezza che neppure una delle suppliche la Madonna ignorerà.

Mi alzo. Riprendo la salita.


Il caldo addensa il respiro in gola. Penso che sono in piena salute… ma non ho la forza neppure di un’unghia del ragazzo vestito di bianco!

Inizio un’Ave Maria, poi un’altra, con impellenza.

Il respiro si normalizza e tutto diventa semplice.

Non ho più sete. Il calore è sopportabile.

Il vento leggero asciuga il sudore. I piedi trovano l’approdo, senza forzarli. Quando gli occhi, finalmente, incontrano la statua di Maria, sulla collina, è come se nel vento, lieve, mille angeli iniziassero il loro canto.

L’infinità del cielo mi sembra quasi palpabile.

Sento dentro la gratitudine. La tenerezza. La gioia.

La statua, colpita dall’intensità della luce, è una vertigine. Il mio cuore esulta, invaso da una pace mai fin qui sperimentata. Mi aggrappo alla recinzione che protegge la statua.


Il tempo si annulla. C’è folla intorno, ma io non percepisco nulla… a parte Lei!

Ritorno alla realtà, quando lo scorgo.

Il viso è una maschera rutilante. L’incerto incedere, negli ultimi passi, quasi deciso.

Arriva alla recinzione. Vi avvinghia le mani. Si lascia scivolare a terra e… si trasfigura.

Diventa rifulgente il suo viso rivolto alla Vergine.

I suoi occhi lacrimano. No, quelle non sono stille del dolore che abita nel suo corpo: sono gocce di gioia luminosa.

E mi contagia. Sorrido e piango. Il cuore che batte soavemente.

Mi rialzo, non so dopo quanto tempo.

Scendo. Voglio partecipare alla Messa che sarà celebrata nel sagrato della chiesa.

Manca un’ora. Mi siedo in un angolo appartato. Voglio riagganciarmi a ciascuna emozione che ha riempito ogni minuto della mia giornata.

C’incamminiamo insieme all’adorazione.

La spianata dietro alla chiesa contiene cinquemila fedeli ed ogni angolo è occupato.

Il silenzio è essenza palpabile. A capo chino, inginocchiate a terra, con la corona in mano, le persone pregano.

La sensazione sublime è di sentirsi sospesi nel respiro eterno.

Gli altoparlanti diffondono, in tutte le lingue, canti e melodie, intervallate da suppliche alla Madonna. A lato della chiesa lunghe file di persone sostano davanti ai confessionali, in serena attesa.

Ci sono frati che confessano in piedi negli angoli un po’ appartati.

Un frate mi passa accanto, con un cenno della mano m’invita a sedermi accanto a lui su una panchina e mi confessa. La luna alta nel cielo illumina quell’angolo speciale di umanità che mi pare l’immagine del Paradiso.

Mi sento felice!


Il diario che avete appena letto partecipa al Premio letterario Per Caso TV. Consultate qui il regolamento.

Lascia un commento

Iscriviti alla Newsletter di Italia Slow Tour
Riceverai tutti gli approfondimenti e il dietro le quinte di Slow tour Padano in anteprima.
Riceverai tutti gli approfondimenti e il dietro le quinte di Slow tour Padano in anteprima.
Iscriviti alla Newsletter di Italia Slow Tour